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Caso Englaro: medici di Milano contro la decisione dei giudici
Unanime la denuncia delle associazioni cristiane
di Antonio Gaspari
ROMA, giovedì, 10 luglio 2008 (ZENIT.org).- In merito alla sentenza della
Corte di Appello di Milano che ha deciso di far morire di fame e di sete
Eluana Englaro, l’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano
(OMCeOMi) ha sottolineato che “le leggi servono per normare dei principi,
non per trasformali in qualcosa d’altro, in una spirale che la storia ha già
dimostrato essere estremamente pericolosa”.
In un commento recapitato alla redazione di ZENIT, l’OMCeOMi ha da subito
espresso solidarietà nei confronti di quanto vissuto dalla famiglia Englaro
in questi 16 anni di coma di Eluana, pur avvertendo sull’eventuale utilizzo
del dramma umano “per mettere in discussione principi fondanti la nostra
società”.
Secondo l’OMCeOMi, è fuorviante contrapporre il principio della sacralità
della vita al concetto di qualità di vita.
Un utilizzo radicale dell’idea di qualità di vita, anche dal punto di vista
giuridico, “trasforma il bene vita in un qualcosa di proprietà dell’
individuo o del suo tutore”.
Una tale concezione rischia di travolgere “la stessa idea di società umana,
il cui riferimento si sposterebbe dalla relazione tra le persone alle
singole persone con le proprie egoistiche necessità”.
Inoltre l’OMCeOMi ritiene che “non si può continuare a delegare al pensiero
giuridico aspetti che competono ad altre categorie di pensiero che
sicuramente vengono prima”.
In conclusione l’OMCeOMi si è detta “molto preoccupata anche per il riflesso
che questa sentenza avrà nel contesto del mondo medico, mettendo l’accento,
da qualunque prospettiva lo si voglia vedere, su di una sempre maggiore
divergenza tra norme giuridiche e norme deontologiche”.
Molto critico anche Carlo Casini, Presidente del Movimento per la Vita
(MpV), il quale ha detto a ZENIT che “nonostante la forte carica emotiva del
caso, non bisogna perdere la bussola, altrimenti si rischia di cadere in
strumentalizzazioni pericolose”.
“Per non perderci nella terra di nessuno tra eutanasia ed accanimento
terapeutico abbiamo bisogno di una bussola che ci orienti – ha spiegato –.
Una bussola né fideistica né ideologica ma fatta di ragione e di comune
sentire”.
Casini ha sottolineato che “questa bussola ci dice in primo luogo,
utilizzando le parole della modernità laica, che la dignità umana non è una
qualità che si aggiunge all’esistenza umana ma è ad essa inerente. Quindi
non si perde la dignità umana per il solo fatto di essere malati o in coma”.
“La bussola ci dice anche – ha continuato l’ex magistrato – che il concetto
di uguaglianza viene tradito se l’uguaglianza non è legata al semplice fatto
di essere individui viventi appartenenti alla specie umana”.
Casini ha poi precisato che “anche la indisponibilità della vita è
chiaramente indicata dalla nostra bussola: perché altrimenti l’atto di chi
impedisce il suicidio di un giovane sano che ha deciso di terminare la
propria vita deve essere considerato meritorio se poi un padre ed una madre
possono essere liberi di lasciar morire di fame la figlia?”.
Il Presidente del MpV ha ribadito che “il cibo e le bevande sono gli
elementi essenziali e non dei mezzi occasionali e sproporzionati per
consentire la vita”, ed ha concluso sottolineando che “la moderna dottrina
dei diritti umani riconosce nel diritto la forza per difendere i deboli non
la forza per togliere loro la vita”.
Nel dibattito è intervenuto anche Franco Previte, Presidente dell’
Associazione Cristiani per Servire, il quale ha detto a ZENIT che “da tempo
in Italia si registrano tentativi di legalizzare l’eutanasia, trascurando i
problemi di assistenza a malati gravi”.
“Purtroppo – ha aggiunto – c’è chi vorrebbe spingere la società ad essere
selettiva sulla vita e sulla morte dei suoi membri, attraverso una, anche se
impropria, ‘licenza di uccidere’, in contrasto con gli insegnamenti di
Ippocrate, il padre della medicina che adottava il principio ‘non darò a
nessuno alcun farmaco mortale neppure se richiestone, né mai proporrò un
tale consiglio'”.
Per Previte, “la medicina e il dovere del medico sono di proteggere la
salute, guarire le malattie, alleviare le sofferenze, confortare nel
rispetto della libertà la dignità della persona: un impegno a favore della
vita contro la morte”.
“Mentre – ha sottolineato – così come è stata presentata la ‘discussione’
sul caso Englaro si corre il rischio di considerare la cosiddetta pietà per
le sofferenze insopportabili, come uno strumento che porta all’eliminazione
della vita che non avrebbe più valore”.
Il Presidente di Cristiani per Servire ha concluso spiegando che “si tratta
di considerazioni molto pericolose perché potrebbero coinvolgere malati di
Alzheimer, malati psichici, handicappati con gravi patologie, bambini
anormali o, come in Gran Bretagna che è stato chiesto alla Suprema Corte il
suicidio assistito per i depressi”.
Dello stesso parere, il Movimento per la Vita Ambrosiano, secondo cui “la
sospensione dell’alimentazione per Eluana è un atto di eutanasia”.
Paolo Sorbi, Presidente del Movimento per la Vita Ambrosiano, ha detto a
ZENIT che “la notizia dell'autorizzazione alla sospensione
dell'alimentazione di Eluana Englaro da parte dei giudici di Milano è
gravissima”.
“Si viola un principio di uguaglianza (tutte le persone hanno eguale diritto
ad essere curate) e si introduce un elemento gravemente discriminatorio
basato su un concetto del tutto arbitrario di qualità della vita, un
criterio di valutazione della persona in senso utilitaristico”, ha aggiunto.
“Quello che è stato concesso si prefigura come un vero e proprio atto di
eutanasia – ha sottolineato Sorbi –. La morte per Eluana sarebbe procurata”.
“Questa sentenza – ha continuato il Presidente del MpV Ambrosiano – tende a
svilire il significato della persona ed ad assoggettarlo all'arbitrio del
volere di altri. Ci si appella ad una presunta volontà del malato che qui è
solo riportata e quindi si conferisce potere di vita e di morte ad un
tutore”.
Sorbi ha concluso affermando che in questo modo “si insinua il
riconoscimento di volontà anticipate come elemento vincolante per il medico
quando anche il Comitato Nazionale di Bioetica si è sempre espresso in modo
negativo in merito a questo vincolo”.
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