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dic 06 2017

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Dal relativismo dell’ “etica della situazione” all’utilitarismo

Pubblichiamo un articolo del Dott. Marco Schiavi

che approfondisce il pensiero di Joseph Francis Fletcher III al fine di capire da dove vengono e che elaborazione hanno avuto alcune delle tristi idee che circolano al nostro tempo e che hanno ispirato la legalizzazione dell’aborto e dell’eutanasia.

Dal relativismo dell’ “etica della situazione” all’utilitarismo

Joseph Francis Fletcher III (1905-1991) nacque a Newark negli Stati Uniti d’America. Si laurea all’università della West Virginia, continua gli studi teologici alla Berkley Divinity School, consegue il dottorato in Teologia all’università di Londra. Nel 1930 è ordinato prete anglicano. Il suo è un vasto curriculum, sia per quanto riguarda le scuole e le università nelle quali ha insegnato teologia pastorale, studi sociali, etica sociale e medica, che per i numerosi libri e pubblicazioni, che lo hanno portato ad essere ritenuto il fondatore dell’”etica della situazione” e, sicuramente, una tra le più significative figure nel suo settore di attività nella seconda parte del secolo scorso.
La sua attività ha avuto per oggetto principalmente la filosofia e la teologia ed è considerato un pioniere nel campo dell’etica biomedica.
Il principio fondamentale dell’intera riflessione di Fletcher è l’amore, “agape”, al cui raggiungimento ed alla cui maggiore soddisfazione tutte le direttive di tipo morale devono tendere e per il quale occorre mutare le stesse direttive se è possibile, con altri comportamenti, al fine di realizzare una maggiore misura di amore.
Fletcher si appoggia direttamente alle parole di Gesù che riassume tutti i dettami dell’antico testamento nel precetto di amare Dio ed il prossimo, facendo dell’amore il solo criterio per la formulazione dei precetti morali.
A questo stadio della biografia di Fletcher si potrebbe obiettare una certa genericità, stante che l’atto moralmente “buono”, come insegna il Catechismo, presuppone la bontà dell’oggetto, del fine e delle circostanze.
Ma il pensiero di Fletcher prende una piega imprevedibile, che non mancherà di sorprendere.
Per comprendere appieno Fletcher occorre partire dalla concezione filosofica dell’”utilitarismo”, invero una dottrina filosofica abbastanza semplice la quale, per descriverla con le parole di John Stuart Mill (1806-1873), insegna che la felicità è desiderabile ed è la sola cosa desiderabile come fine, essendo tutte le altre cose desiderabili dei mezzi ordinati al fine della felicità.
Il che, tradotto in termini più sociali, significa garantire “la più grande felicità al più grande numero di persone”.
L’utilitarismo, di cui Jeremy Bentham (1748-1832) è considerato il fondatore, giudica le azioni dal punto di vista delle conseguenze, senza curarsi della valutazione delle azioni.
Quindi le buone azioni sono quelle che hanno le migliori conseguenze.
Bentham chiaramente afferma che “la natura ha posto l’umanità sotto il governo di due padroni sovrani, il dolore ed il piacere.”
La normalità non è qualcosa che riguarda l’obbedire a Dio o seguire regole astratte: la moralità non è niente di più che la ricerca delle regole per realizzare in questo mondo la maggiore misura di felicità possibile ed eliminare, o almeno ridurre, il dolore.

La morale cattolica insegna che vi sono atti che per se stessi ed in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetti ed, in maniera più radicalmente contrastante con l’utilitarismo, afferma che non è lecito compiere un male perché ne derivi un bene, ovvero le conseguenze, da sole, non giustificano moralmente un’azione.
Fletcher, al contrario, intraprende il tentativo di conciliare l’utilitarismo con la morale cattolica.
La linea è stata inizialmente tratteggiata da John Stuart Mill, secondo il quale il principio dell’utilitarismo va abbinato alla regola cristiana “ama il prossimo tuo come te stesso”, da William Paley (1743-1805) secondo il quale la virtù è fare il bene all’umanità e da Bentham per il quale i cristiani dovrebbero, anziché condannare, adottare l’utilitarismo, se solo prendessero sul serio il loro punto di vista secondo il quale Dio è benevolente creatore.
Per Fletcher la Giustizia e l’Amore sono lo stesso fenomeno sia pure osservato da un diverso angolo prospettico, in quanto la Giustizia non è altro che l’Amore distribuito. In una situazione che coinvolge più persone noi siamo chiamati a distribuire i benefici dell’Amore seguendo una modalità utilitaristica, ovvero la più grande quantità di Amore per il più grande numero di persone possibili.

E qui arriviamo alla teoria etica per la quale Fletcher è riconosciuto come uno dei più influenti proponenti: l’etica della situazione, ovvero, considerato il principio dell’Amore e considerato il principio di assicurare la maggiore felicità al maggior numero di persone, non esiste alcun assoluto morale, tranne quello dell’Amore e ogni principio morale cosiddetto assoluto può essere messo da parte nelle singole situazioni quando lo scopo é servire nel modo migliore l’Amore.
Ma, attenzione, l’Amore ovvero la felicità non è relazionato al singolo individuo ma al maggiore numero di persone, il che ci porta un poco lontani, per usare un eufemismo, dai principi cristiani e ci introduce in un campo di incertezze.
Infatti Fletcher, con un ragionamento che apparentemente parla di Amore, felicità, prossimo e situazioni concrete:
- fa scomparire la legge naturale, perché non esiste alcuna azione che sia intrinsecamente sbagliata, ma ogni azioni deve essere giudicata sulla base delle conseguenze. Al contrario la legge naturale insegna che una intrinsecamente azione cattiva non può essere giustificata da supposti benefici risultati;
- fa scomparire il rispetto per l’individuo e ogni considerazione dei diritti umani, perché il fine giustifica i mezzi e, quindi, per il bene più grande del gruppo si può sacrificare la persona, arrivando ad un insanabile con solo San Paolo secondo il quale non è concesso fare il male per il bene che ne può venire fuori, ma anche con quell’estremo tentativo illuministico posto in essere da Kant di fondare una morale e si che si compendia nell’affermazione che l’essere umano deve essere sempre valutato come un fine in sé stesso e non può mai essere usato come mezzo per un fine ulteriore;
- fa scomparire ogni considerazione spirituale dell’uomo, perché, per quanto si possa ipotizzare una felicità che sia di origine intellettuale o spirituale, il piacere ed il dolore sono e restano fondamentalmente, in questa visione della realtà, legati ai sensi ed all’esperienza sensitiva dell’uomo.
A questo punto occorre concludere la biografia di Joseph Fletcher per ricordare che divenne un sostenitore della pianificazione familiare, dell’aborto, dell’eutanasia, della sterilizzazione forzata, che fu fondatore di Planned Parenthood, il più grande prestatore di servizi abortivi negli Stati Unità d’America e nel mondo, fece parte dell’Associazione per la sterilizzazione volontaria, della società eutanasica Right to die e della società per l’amicizia americano-sovietica.
Nelle sue memorie pubblicate postume nel 1993 descrisse la sua perdita della fede a 65 anni, motivandola con la convinzione che la Chiesa non sarebbe mai stata un significativo sostenitore della giustizia sociale e dandosi l’appellativo di “teologo alienato o incredulo”.
Un percorso umano ed intellettuale che, dunque, si conclude nel senso di totale estraneità alla fede ed alla dottrina cristiana.

Rimane importante comprendere l’articolazione del suo pensiero perché i passaggi fondamentali li ritroviamo radicati nella narrazione culturale che domina il nostro tempo: Fletcher ha veramente influenzato la sua e la nostra epoca…purtroppo!

Sempre nelle sue memorie pubblicate postume Fletcher riconosce che l’”etica della situazione” è, naturalmente, indipendente da ogni presupposizione o credenza cristiana.
L’”Amore” di Fletcher è qualcosa esclusivamente e prettamente soggettivo. Ciascuno decide nel singolo contesto. Come Fletcher stesso ammette, “per un situazionista non c’è alcuna regola”.
Si realizza un vero e proprio distacco dell’amore dalla moralità, l’amore ridotto al sentire soggettivo, variabile secondo le circostanze e la moralità diventa frutto di una insindacabile valutazione soggettiva,. al di fuori, ovviamente di ogni contesto non solo ecclesiale ma anche comunitario: l’individuo è solo nelle sue valutazioni.

Ma facciamo un passo ulteriore avvicinandosi all’abisso.
Di fronte alle affermazioni di Fletcher nel senso di amare il prossimo, fare quello che ci sembra amorevole e giusto in ogni singola situazione, cercare di distribuire attraverso l’amore la maggior quantità di felicità al numero di persone si apre un bivio: o che si tratti di affermazioni, non cristiane, ma talmente generiche da essere prive di ogni riflesso pratico o, avvicinandosi alla peggiore delle ipotesi, ambigue e foriere di sviluppi terribili. Si potrebbe dire che Fletcher ha dato concretezza ai peggiori incubi che le sue sole apparentemente innocue affermazioni potevano scatenare.

Fletcher non ha lesinato, a partire dalla propria elaborazione intellettuale, indicazioni concrete all’agire umano.
E’ evidente che l’idea che ciascuna persona (creata ad immagine e somiglianza di Dio) possegga dei diritti inviolabili si oppone all’uso della persona stessa per fini ulteriori, siano essi il bene della classe (comunismo), della razza (nazismo), della società (eugenetica).
Il punto di partenza di Fletcher è che non sia sufficiente avere un corpo umano per essere qualificati come persona, dotata di diritti inalienabili e inviolabili, primo tra tutti quello alla vita, piuttosto per essere persona occorre avere determinate qualità. Fletcher ne elenca ben quindici, tra le quali “intelligenza minima”, “self-control”, “senso del tempo”, “senso del futuro”, ”preoccupazione per gli altri”, “capacità di relazionarsi con altri”, “curiosità”, affermando che se un essere umano in stato vegetale non è una persona, non lo è neppure colui che ha un quoziente intellettivo inferiore a 20, esponendosi all’obiezione del “perché no 30 o 10?”.

Ovviamente feti, infanti, persone con disabilità non sono e non possono essere considerate persone.
L’orrore verso questa impostazione si accompagna a quattro semplice e profonde critiche:
- l’arbitrarietà delle caratteristiche individuate da Fletcher tra le quali, per esempio, non compare la capacità di amare e la capacità di sviluppare amore nelle persone con le quali si entra in contatto;
- la variabilità delle qualità, sia in termini di costante o intermittente presenza che di consistenza;
- la difficoltà di cogliere e valutare le qualità;
- l’arbitrarietà della indicazione di soglie minime.

Probabilmente Fletcher, alla cui lucida intelligenza non deve essere fatto alcun torto, si rende conto dell’arbitrarietà e della infondatezza totale della sua impostazione, dell’impossibilità di arrivare, stante la ricchezza di attributi della persona umana, ad una almeno ragionevole sistemazione delle qualità ed allora, andando al cuore della questione ed al tempo stesso svelando la vera ed ultima disumanità della sua concezione, pone la domanda se sia etico porre fine ad una vita umana proprio sulla base di un principio utilitaristico.

Ed ecco l’anello di congiunzione tra la categoria dell’”Amore” e la filosofia dell’”utilitarismo”. L’azione dell’uccisione dell’innocente non contrasta con alcun assoluto morale (non uccidere) ma deve essere valutata sulla base delle circostanze concrete e, soprattutto, delle conseguenze.
Arrivando al termine della sua riflessione Fletcher sostiene che, anche ammettendo che il feto sia una persona, in determinate situazioni si può giustificare aborto ed infanticidio in quanto “prolungare la vita consisterebbe in fare più male che bene”, quindi vi sono persone che possono essere sacrificate sulla base del principio del male proporzionato per raggiungere la felicità di altre persone.

L’utilitarismo ovvero la più grande felicità per il maggior numero di persone, travalica e distrugge ogni principio di sacralità della vita umana.
Le applicazioni concrete di tale principio invadono come un metastasi cancerosa tutte le situazioni dove sostenere la vita implica un sacrificio ed un onere economico.
Una dopo l’altra le posizioni di Fletcher scivolano senza fatica dalle premesse:
- deve essere sostenuto il trend nel pensiero etico di porre termine alla vita di bimbi disabili (eutanasia non volontaria);
- prestare attenzione e valorizzare la qualità della vita anziché la sacralità della vita;
- la sovrappopolazione è un problema molto serio quindi “le persone religiosamente motivate che spediscono aiuti ai bambini che muoiono di fame rendono le cose peggiori” (teoria neo maltusiana, completamente smentita dai fatti);
- il controllo delle nascite è fondamentale e vi deve essere un controllo della qualità non solo all’inizio (aborto/infanticidio, eugenetica) ma anche al termine (eutanasia).

Per Fletcher la linea di pensiero segue una drammatica coerenza: non si può approvare l’aborto terapeutico e non permettere di porre fine alla vita di un qualunque subumano, come definisce gli esseri umani che non raggiungono il livello di “persona”.
La ragione è ancora una volta l’utilitarismo: tutti costoro, disabili, anziani, feti e infanti, privano “gli altri” di pubbliche e private risorse, le consumano senza dare nulla in cambio e violano un principio di giustizia distributiva dovuto “agli altri”, impedendo a questi un livello più alto di felicità.
Ecco il lato oscuro dell’utilitarismo: porre fine alla vita di persone o di esseri subumani che costano e impediscono agli altri di utilizzare le risorse liberate per raggiungere un più alto livello di felicità.

Nel numero di aprile del 1968 sul mensile americano Atlantic viene pubblicata la lettera di Bernard Bard. Il figlio di Bernard, Philip, era nato affetto dalla sindrome di Down.
Bernard racconta che i medici gli riferirono che molti genitori ponevano in particolari strutture i bambini Down, sia per permettere al bambino di crescere tra bambini a lui simili senza renderlo consapevole della sua differenza, sia per non intrappolare la famiglia in una “situazione irreversibile”.
La struttura nella quale Bernard lasciò suo figlio accoglieva con bambini che presentavano diverse, anche gravi, disabilità ed al cui interno non veniva somministrata alcuna cura per malattie ed eseguiti solo interventi di emergenza. Bernard chiede ai medici che non venga eseguita alcuna attività che prolunghi la vita di suo figlio.
Il bambino morirà per un attacco cardiaco poche ore dopo il suo arrivo nella struttura.
Bernard conclude con una richiesta: ”e’ tempo per un sano, civile ed umano approccio all’eutanasia”.

La risposta di Fletcher rappresenta una sorta di compendio del suo pensiero e richiama alla nostra mente i tanti discorsi sentiti a sostegno delle DAT, nonché la vicenda della Danimarca che aspira a diventare il primo paese “Down free” non per la scoperta di una cura contro la sindrome di Down ma perché il 98% dei bambini Down è vittima di aborto.

Fletcher definisce i sostenitori della sacralità della vita come “vitalisti”, coloro per i quali la vita umana è il bene più importante, a prescindere dalla situazione concreta. Ma in realtà, sostiene Fletcher, i “vitalisti” non si curano della felicità, al contrario sono coloro come Bernard, che chiedono un diverso approccio all’eutanasia, che “hanno troppo a cuore la felicità umana e la pace e la dolcezza e l’amorevole preoccupazione per subordinare ogni altra considerazione a tenere meramente in vita respirando una sfortunatamente non umana, subumana o inumana creatura”.
Il che significa che il vero amore non può portare a tenere in vita una persona che tale non è, per i suoi difetti e le sue disabilità e questo ci ricorda un pensiero ossessivamente ripetuto anche nelle aule dei Tribunali durante la vicenda di Charlie Gard: l’uccisione di Charlie era nel suo miglior interesse!
Ecco il diabolico ribaltamento: dalla preoccupazione per l’umana felicita all’uccisione dell’innocente.
In pieno utilitarismo Fletcher ribadisce che il fine giustifica i mezzi e che ogni situazione ha la sua regola e “nel trattare dei casi di sindrome di Down è ovvio che il fine che ciascuno vuole è la morte”, dove quel “ciascuno” non include alcuna considerazione della vita innocente. E ancora: “ tabù assoluti (si riferisce alla sacralità della vita umana) con la loro sottostante mistica riguardo la vita, fanno una farsa della libertà umana”, una libertà, quella dei più forti, che non deve incontrare alcun limite nella ricerca della propria felicità.

Fermiamoci un attimo.
Quindi tutti, nella visione di Fletcher, vogliono la morte del bambino Down, una asserita ed ipotetica umanità che dimentica l’innocente, privato di ogni diritto o in quanto non persona o in quanto costo eccessivo per la comunità o per le finanze private della famiglia, oltre che peso psicologico ed emozionale.

E’ interessante questo aspetto relativo alla famiglia del bambino con la sindrome di Down perché si collega ad un altro argomento tipicamente utilitaristico, ovvero che la stessa felicità di quella famiglia potrà esprimersi al meglio, magari con un altro figlio sano, magari con una vita libera dai vincoli e con maggiori disponibilità economiche, in quanto senza gli esborsi economici che la presenza del disabile comporta.
La famiglia, da luogo di accoglienza sicuro, da luogo di tutela contro le invasioni omicide e liberticide del potere, diventa luogo di egoismo, di insicurezza e di morte.
La speranza è che il quadro di Fletcher non diventi mai realtà.

Dopo l’aborto tocca all’infanticidio. E qui Fletcher porta un argomento di logicità talmente fredda ma al tempo stesso vuota, da ricordare una frase di Chesterton: l’uomo pazzo non è colui che ha perso la ragione, ma colui che ha perso tutto, eccetto la ragione.
Perché, si domanda Fletcher, se per ignoranza o disattenzione il danno, tale è per Fletcher la nascita di un bambino Down, non è stato eliminato prima della nascita, il bambino non può essere ucciso dopo la nascita? Prende corpo la definizione dell’infanticidio come “aborto post-natale” (l’antilingua, si direbbe), perché se “la sola differenza tra il feto e l’infante è che l’infante respira con i suoi polmoni”, questa non è, per Fletcher, una differenza che giustifica un diverso trattamento anche normativo tra aborto e infanticidio.
Quando l’essere persona non è più ancorato all’unico momento scientifico e certo, quella della fecondazione, le aberrazione non hanno limiti. Infatti Fletcher ormai corre con estrema velocità verso le sue conclusioni di morte: “l’essere umano è un processo, non è un evento”, l’idea che la vita ha inizio con la fecondazione “è puramente superstiziosa”.
E qui ritorna, a supporto, l’idea delle qualità che occorre possedere affinché possa essere riconosciuto lo status di “persona”, difficile, se non impossibile da ottenere, per feti, infanti, anziani, malati mentali e senza il quale status non si gode di diritto alcuno e si è alla mercé della maggioranza e della felicità che la stessa vuole avere.

C’è in punto del pensiero di Fletcher che colpisce e che rende tristemente pensosi. Fletcher si domanda come sia possibile per alcuni riconoscere la liceità della contraccezione, che rappresenta, comunque, una forma di controllo sull’inizio della vita e non riconoscere la liceità dell’azione che pone fine alla vita umana. Ora, se è vero che vieni dal punto di vista morale vi è significativa differenza tra l’uso di contraccettivi e l’aborto, non vi è dubbio che vi è una mentalità sottesa ad entrambe le azioni.
L’idea della assoluta padronanza della vita propria e altrui giace al fondo di contraccezione ed aborto e la mentalità contraccettiva si unisce con la pratica abortiva, nel pensiero ideologico e nella pratica applicazione, con l’aborto, qualificato come una sorta di “ servizio clienti” per esiti non voluti un caso di fallimento della contraccezione.
Fletcher, nell’unico punto condivisibile, espone una amara verità: i vitalisti coerenti si oppongono ugualmente a contraccezione, aborto, eutanasia e sterilizzazione.

Due ultime affermazioni di Fletcher chiudono il cerchio della sua disumanità:
- il vero senso di colpa si sviluppa solo da una offesa contro una persona e un Down non è una persona;
- la vera colpa nel tenere vivo un bambino Down o, comunque, disabile, è che vengono sprecate emozioni e denaro che invece dovrebbero andare un bambino in grado di imparare, crescere, essere utile per la società.
E sono affermazioni che si possono estendere ai malati mentali, agli anziani e, per usare una espressione cara al Papa, ad ogni “scarto” della nostra società.

Le idee di Fletcher stanno a fondamento della “cultura della morte”:
- qualità della vita come criterio per decidere se una vita vale la pena di essere vissuta, specialmente se è quella degli altri;
- riconoscimento della “personalità” ancorato a parametri arbitrari, soggettivi e fissati dai “forti”, da chi nella società ha le leve del potere;
- la felicità degli altri come criterio in grado di determinare la morte di coloro che rappresento un ostacolo, un peso economico o anche solo un limite alla possibilità di diverse ed ulteriori esperienze umane;
- il dolore come una esperienza da evitare anche agli altri ed anche a costo della morte e contro una qualunque valutazione della loro volontà o coscienza;
- l’assenza di qualunque principio di solidarietà prima ancora che di vero Amore, quello che è anche sacrificio, nei confronti dei più debili della società;
- rimettere la scelta tra la vita e la morte a tribunali, medici, bioeticisti, che non rispondono a nessuno del loro operato e senza conoscere i criteri reali del loro giudizio, con un esautoramento della famiglia e di ogni realtà intermedia, come ha insegnato il caso di Charlie Gard.

Certamente Fletcher è stato un “cattivo maestro”, le sue idee hanno avvelenato la nostra società.

Dott. Marco Schiavi

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